L’osservazione della mente, intesa come consapevolezza di ciò che penso e perché lo penso, è un utile strumento con il quale l’essere umano può condurre la propria vita, un valido punto di partenza per intraprendere un cammino di conoscenza di sé.

È molto difficile sapere quando la mente mi domina o quando sono io a dominarla.

“Io” sono i pensieri che voglio avere, mentre i pensieri automatici sono forme di condizionamento, che a loro volta derivano da credenze profondamente attecchite dentro di noi: credenze su noi stessi, sugli altri, sulla vita in generale. Ogni credenza è una forma di giudizio, una “non accettazione” di noi stessi, degli altri, della vita in generale.

La mente liberata è uno strumento potente, è la mente senza giudizio.

Per liberarla, innanzitutto è necessario sviluppare la consapevolezza, osservare e comprendere se i nostri pensieri sono nostri o piuttosto condizionamenti basati sul giudizio, che a loro volta generano ostilità.

Se non mi rendo conto che nella mia mente si formano giudizi egoici ostili a me stesso e agli altri sto generando vibrazioni di ostilità, che a loro volta generano sofferenza e infelicità. Significa che subisco la vita senza sapermi orientare.

Tra le varie forme di giudizio quella primaria, che genera tutte le altre, è il giudizio su noi stessi: i giudizi che proiettiamo sugli altri rispecchiano prima di tutto ciò che non accettiamo di noi stessi.

Ce la prendiamo con un amico che viene meno ad un impegno: quanti di noi giudichiamo poco serio o irrispettoso questo comportamento? Tutti almeno una volta nella vita. Perché?

Perché prima di tutto non lo accettiamo in noi stessi, perché non ci concediamo di essere come lui, perché nel nostro profondo una credenza limitante ci ammonisce che non mantenere fede agli impegni è male, perché una volta, tempo fa, in una certa occasione, non abbiamo mantenuto fede a un impegno, magari per causa di forza maggiore, e ne abbiamo sofferto, o ci siamo sentiti in colpa, o accusati, come noi ora facciamo con l’amico. È capitato anche a noi, sì, ma ce ne siamo dimenticati ed ora tutta la sofferenza che ci ha prodotto quell’evento giace nascosta sotto la nostra credenza che non onorare gli impegni è grave, e la alimenta giorno dopo giorno, senza che ce ne accorgiamo. Risultato?

Credenza, giudizio, pensiero automatico, accusa, sofferenza. 

Consapevolezza significa entrare in intimità con sé stessi, conoscere e amare ogni parte di sé, percepire una propria integrità essenziale attraverso la comprensione compassionevole delle credenze limitanti che ci condizionano e che si sono formate quando eravamo molto piccoli, per proteggerci da un ambiente percepito come ostile.

L’integrità, intesa come equilibrio, come “essere integralmente corpo, mente ed emozioni”, si percepisce e si può vivere nell’agire esteriore a partire dall’interno e coinvolgendo ogni nostra parte.

Senza una visione completa non è possibile alcuna azione libera e consapevole, e per avere una visione completa di sé occorre portare attenzione alla propria dimensione interiore, cioè alla dimensione essenziale, che è la dimensione divina, del “non giudizio”, del perdono, dell’amore incondizionato.

Chi non perdona se stesso o gli altri sta attuando un atteggiamento ostile senza amore. C’è una parte di sé che prende il sopravvento sulle altre, che subiscono questo atteggiamento violento. In tutto questo non c’è integrità, non c’e amore, non c’è perdono.

Il perdono è un atto divino, che parte dalla consapevolezza che tutto ciò che creiamo nella nostra vita è frutto di nostre scelte, di azioni che hanno una risonanza con ciò che ci circonda.

Per esempio, formuliamo un giudizio sul tradimento. Il tradimento è sbagliato, è male, chi tradisce è una cattiva persona e fa soffrire gli altri. Lo neghiamo e disprezziamo la persona che tradisce. Facilmente attrarremo nella nostra vita una persona che ci farà vivere la ferita del tradimento, perché la nostra anima ne ha bisogno per intraprendere il cammino dell’accettazione e del perdono. Solo se accettiamo di poter essere anche “traditori”, che il tradimento possa far parte della natura umana, e quindi anche di noi, come conseguenza di una ferita profonda, ci libereremo dal controllo della mente e smetteremo di giudicare e produrre sofferenza. 

Quindi la via è quella della compassione, la parola chiave per iniziare ad amare incondizionatamente sé stessi e quindi gli altri. 

Compassione non è commiserazione, ma consapevolezza della dignità infinita dell’essere umano, che è divino ma non lo sa, perché se ne è dimenticato.

Anche il corpo è un protagonista in questo percorso. Prestare attenzione ai messaggi del corpo, entrare in qualche modo nel corpo, in atteggiamento empatico, significa ascoltarlo, fare la scelta di percepire le voci che abbiamo dentro e iniziare così un cammino nelle profondità delle nostre emozioni, quelle da cui la mente tenta di fuggire, per non sentire, per proteggerci da un dolore che non è in grado di comprendere.

La pratica dell’ascolto non è facile da attuare. La meditazione è uno degli strumenti più efficaci per entrare in contatto con il proprio Sè, quello puro, autentico.

Chiudere gli occhi ci isola momentaneamente dal mondo egoico della mente e apre la porta della nostra anima.

Lei conosce la direzione da prendere. 

 

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